Economia circolare: quanto ne sanno i consumatori?

Se da una parte cresce la consapevolezza dei consumatori più del 35% non ha mai ha sentito parlare di economia circolare. Tra chi ne ha sentito parlare, il 45% afferma di averne una conoscenza ampia e di parteciparvi attivamente. Conoscenze e coinvolgimento poi sono maggiori tra le generazioni più giovani, che nell’oltre il 53% dei casi affermano di partecipare attivamente rispetto a il 32,4% tra i più maturi. Lo rivela un’indagine di Dnv, l’ente di terza parte per i servizi di assurance, certificazione, verifica e gestione del rischio.
“La consapevolezza del consumatore è essenziale – afferma Luca Crisciotti, ceo Supply Chain & Product Assurance Dnv – ma, per fare dell’economia circolare una realtà, è altrettanto importante che le conoscenze influenzino i comportamenti”.

Il ruolo di schemi comportamentali, educazione e potere d’acquisto

Secondo la ricerca che i consumatori si informano soprattutto sui media e i canali social (60,9%), seguiti dal dibattito politico (26,8%) e gli amici (23%). Solo uno su 5 cita le informazioni presentate direttamente dai produttori e fornitori, evidenziando l’esigenza per le aziende di veicolare in modo più efficace La ricerca dimostra chiaramente che i consumatori stanno iniziando a tenere conto dell’impatto dei loro comportamenti d’acquisto. Il 48,1% afferma di acquistare prodotti con proprietà riciclate e il 62,9% di preferire una riduzione degli acquisti, o la ricerca di prodotti di seconda mano. Sembrano rivestire un ruolo anche gli schemi comportamentali, l’educazione in famiglia e il potere d’acquisto.

Gli over 55 “riparano” più dei giovani

Gli over 55, ad esempio, ricorrono maggiormente alle riparazioni rispetto alle generazioni più giovani. Che tendono invece ad acquistare più prodotti di seconda mano, o a preferire il noleggio alla proprietà, un approccio che combina il desiderio di essere di tendenza con il ‘limitato’ potere d’acquisto.
Nel caso della moda, quando decidono se acquistare un prodotto i consumatori sono influenzati da numerosi aspetti. Sono molto importanti le informazioni sull’impronta ecologica (49,1%), seguite a breve distanza dalle condizioni di lavoro e contrattuali e la qualità del prodotto, oltre alle certificazioni, le etichette verificate e le affermazioni validate sulla sostenibilità.

Prezzo e stile le motivazioni principali per scegliere la “moda circolare”

Prezzo e stile rimangono le motivazioni principali per acquistare un capo d’abbigliamento circolare, mentre in terza posizione si trova il contributo alle cause ambientali e circolari. Il prezzo è rilevante soprattutto per i più giovani, un aspetto probabilmente connesso al loro potere d’acquisto più limitato.
I consumatori non appaiono disposti a optare a ogni costo per la circolarità, ma alla domanda sulle plastiche circolari rispondono di percepire come sostenibili la maggior parte delle alternative alla plastica monouso. Per le aziende, riferisce Adnkronos, questo dato rappresenta un’opportunità di adattarsi. Anche introducendo innovazioni nel loro modello di business, concentrandosi sugli sforzi che apportano un maggiore ritorno.

Gli italiani preferiscono il latte vegetale

Perché i consumatori tricolore scelgono sempre più di consumare latte vegetale? Complice anche l’emergere di intolleranze e allergie, negli ultimi anni sono apparsi in commercio numerosi prodotti alternativi al latte tradizionale. Ed Everli, il marketplace della spesa online, ha analizzato i consumi di latte di origine vegetale in Italia, scoprendo che alcune regioni sono più inclini all’acquisto e al consumo di latte che non contenga proteine animali, soprattutto Lombardia e Veneto.
Inoltre, in alcune zone nel 2021 c’è stato un vero e proprio boom di acquisti rispetto all’anno precedente. A Padova, ad esempio, si è registrato un incremento di spesa a tripla cifra (133%), e a Trieste del 41%. Ma lo scettro della città più propensa al consumo di latte vegetale è Torino.

I più acquistati? Latte di mandorla e di cocco

Non ci sono dubbi: vincono latte di mandorla e di cocco, ma guardando alla top 10 dei prodotti più acquistati compaiono in classifica anche quelli senza zuccheri o in versione light. Se da un lato alcune province italiane hanno speso maggiormente in latte vegetale, dall’altra alcune località hanno registrato un incremento di spesa in latte di origine animale. Latina, ad esempio, ha toccato una crescita del 21% nel 2021 rispetto all’anno precedente, seguita da Udine (17%) e Trieste (17%), dove si consuma molto latte sia vegetale sia animale.

Una scelta legata al benessere personale da più di 1 italiano su 10

Nonostante per il 40% degli italiani l’assaggio di latte vegetale sia stato dettato dalla curiosità, per molti le motivazioni sono guidate da scelte legate al benessere personale. Nello specifico, perché è più digeribile di quello tradizionale (35%), più sano (22%), più gustoso (20%) e può contribuire ad aumentare l’apporto di vitamine e fibre (17%). Inoltre, viene selezionato tra gli scaffali da più di 1 italiano su 10 (11%) per il minore contenuto calorico. Il 32% però beve in egual misura latte di origine animale e vegetale, ma oltre 1 su 10 (11%) ha completamente sostituito il primo con quello vegetale. Quanto alla frequenza di consumo, quasi un terzo degli intervistati (30%) include il latte vegetale nel proprio piano alimentare almeno una o due volte a settimana, e quasi la metà (46%) ne compra almeno due tipi diversi.

Gli effetti positivi sulla salute

“Il latte di soia è molto ricco di proteine e grassi ed è l’opzione più vicina al latte vaccino a livello di caratteristiche nutritive, e i suoi effetti positivi sulla salute sono principalmente attribuiti alla presenza di isoflavoni con proprietà antitumorali – commenta Eric De Felicibus, nutrizionista di MioDottore -. Invece, il latte di mandorla è quello meno calorico, con un profilo nutrizionale equilibrato, e più ricco di acidi grassi monoinsaturi, considerati utili nella perdita e gestione del peso, mentre il latte di riso, ricco di carboidrati e zuccheri, può fungere da opzione nel caso di persone con problemi di allergia causati da soia e mandorle. Infine, il latte di cocco è fonte di acido laurico che contribuisce ad aumentare i livelli di colesterolo HDL, che aiuta a ridurre il colesterolo LDL nel flusso sanguigno”.

Consigli per chi sta per avviare un salone da parrucchiere

Il settore della cura della persona può andare su e giù a seconda dell’andamento dell’economia, ma di solito è un’ottima idea di impresa a lungo termine. In tempi di crisi, nonostante il calo dei consumi, c’è sempre una clientela affezionata che continua a frequentare i saloni da parrucchiere.

Ecco perché andremo oggi a vedere alcuni importanti consigli che ti saranno utili prima di avviare il tuo salone da parrucchiere, un’attività tradizionale ma anche molto interessante per gli imprenditori.

Quanto costa allestire un salone parrucchiere?

Ovviamente l’investimento iniziale è variabile in base alle dimensioni del salone, della città in cui esso si trova e allo stato dei locali. Non è la stessa cosa avviare la tua attività in un posto dove in precedenza c’era già un parrucchiere e dove devi apportare soltanto alcune modifiche decorative e acquistare dei mobili.

Nonostante tutto, puoi stimare che dovrai spendere tra i 10.000 e i 30.000 euro per i mobili (a seconda del tipo di mobili e del numero di posti a sedere che prevedi di offrire), e almeno altri 10.000 euro per la decorazione (di interni ed esterni). Se devi fare anche dei lavori di ristrutturazione, considera in media altri 10.000, a seconda di cosa devi fare.

Dovrai anche acquistare eventuali apparecchiature informatiche e forniture per parrucchieri, per questo puoi considerare qualche migliaio di euro in più.

In totale, allestire un piccolo salone da parrucchiere costa almeno 30.000 euro.

L’immagine è fondamentale

Uno dei motivi per cui vale la pena investire un po’ di più quando si crea un salone da parrucchiere è che, poiché si tratta di un’attività che ruota attorno all’immagine personale, devi prendere molto sul serio l’aspetto dei locali.

I tuoi clienti, donne e uomini, vengono da te perché vogliono ottenere un look migliore, il che li fa sentire meglio. Non sarebbe una bella esperienza per loro ritrovarsi in un locale trascurato, perché inconsciamente essi assocerebbero la cattiva immagine del salone con una possibile cattiva soddisfazione del servizio.

Per questo motivo è molto importante curare ogni minimo dettaglio per ottenere un design accattivante (anche se semplice) e un’immagine perfetta sotto ogni punto di vista, dalla decorazione (interna ed esterna) alla divise dello staff. Tutto conta.

L’importanza della location per il tuo salone

Proprio come per un ristorante, la posizione è fondamentale per un salone da parrucchiere.

Ad esempio, se nel quartiere c’è una strada con molto traffico pedonale, devi aprire la tua attività proprio in questa strada, non sulle stradine adiacenti. Puoi pensare che sia molto vicino e che sia lo stesso, ma in realtà cambia tutto.

Quali altri consigli per aprire un parrucchiere?

I locali devono rispettare determinati requisiti, ti consigliamo per questo di rivolgerti ad un professionista del settore (architetto o tecnico ad esempio), in quanto potrebbero esserci delle variazioni a seconda della città e dei regolamenti comunali. In ogni caso, i requisiti di base sono uguali per tutti e riguardano cose come accessibilità, sicurezza (rischio incendio), isolamento acustico, etc.

Altri possibili consigli per allestire un salone da parrucchiere sono quelli relativi alla forma giuridica che andrai a scegliere. Fondamentalmente, devi decidere tra lavoro autonomo e cooperativa.

In linea di massima, per un piccolo salone che non genera molti profitti, ti conviene optare per la prima soluzione.

Infine, altre procedure e requisiti sono quelli relativi ai dipendenti . Se hai intenzione di assumere del personale, avrai alcune procedure aggiuntive da espletare legate alla previdenza sociale. Fai bene a rivolgerti ad un commercialista per questo.

Come vedi nulla è impossibile, si tratta di cose che puoi fare una dopo l’altra, e procedere così con l’apertura della tua nuova attività.

Ricerca e l’innovazione: le risorse del PNRR sono il motore della ripresa

La terza edizione della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia – Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia del CNR lo conferma: la spesa per R&S in rapporto al PIL è in lieve ripresa, così come l’aumento del personale addetto, e si conferma una quantità di pubblicazioni scientifiche significativa. Restano però alcuni elementi critici: la quota di popolazione con il dottorato di ricerca, quella di donne nelle STEM e il divario salariale di genere.
In ogni caso, le risorse destinante alla ricerca e sviluppo previste nel PNRR ammontano a circa 17 miliardi di euro, circa il 7,5% complessivo del totale. La maggior parte si concentrano su ricerca applicata e sviluppo sperimentale (10 miliardi), ricerca di base (4 miliardi), azioni trasversali e di supporto (1,88 miliardi) e trasferimento tecnologico (380 milioni). 

Cresce la spesa per R&S in rapporto al PIL

Il PNRR costituisce un’occasione irripetibile “per instaurare il circolo virtuoso tra ricerca e innovazione e sviluppo economico e sociale del paese – afferma Maria Chiara Carrozza, presidente del CNR – e avviare numerosi progetti di sviluppo scientifico e tecnologico e nuove collaborazioni tra mondo accademico, amministrazione pubblica, enti locali e industria”.
In Italia la spesa per R&S in rapporto al PIL è in lieve ripresa (1,4%), poiché gli stanziamenti pubblici hanno smesso di ridursi. Anche l’andamento del personale addetto alla R&S cresce, grazie all’incremento del personale nelle imprese, che ha raggiunto 218 mila addetti.

Superare il preconcetto della separazione fra ricerca pubblica e privata

“Anche guardando i dati della Relazione si conferma che come mondo della ricerca dobbiamo superare alcune vecchie logiche – commenta il ministro dell’Università e ricerca Maria Cristina Messa -. Tra queste, l’antitesi fra ricerca di base e applicata: la ricerca deve essere di qualità e finanziata in quanto tale, sia quella guidata da curiosità che quella applicativa, che devono coesistere senza contrapposizioni o trasformarsi l’una nell’altra. Dobbiamo inoltre superare il preconcetto della separazione fra ricerca pubblica e privata, che allontana le imprese con cui gli enti di ricerca hanno sempre attivato collaborazioni, mentre le università hanno conosciuto delle fasi diverse, un gap che va recuperato”.

Nasce il Dottorato Industriale

Per aumentare lo sbocco professionale dei dottori di ricerca nell’industria è stata introdotta una nuova tipologia, il Dottorato Industriale, dove il dottorando è guidato da tutor aziendali e accademici e svolge parte del suo percorso in azienda.
Per promuovere il Dottorato Industriale, Confindustria e CNR hanno elaborato progetti per borse in cui ricerca e impresa siano protagonisti del processo finalizzato alle esigenze delle imprese. E i primi esperimenti sembrano fornire segnali incoraggianti.

Cybersecurity: le minacce cibernetiche più diffuse nell’ultimo trimestre 2021

Leonardo ha pubblicato il nuovo Cyber Threats Snapshot sui principali attori malevoli (threat actor), attività di cybercrime e vulnerabilità riscontrati tra ottobre e dicembre 2021. Tra le tendenze più significative registrate negli ultimi tre mesi del 2021 il Covid-19 continua a essere usato come oggetto di email con allegati malevoli. I settori più colpiti dagli attori malevoli sono stati quelli governativi e della difesa, aerospazio e sanità, ma il report evidenzia un’attenzione crescente verso le aziende di telecomunicazioni. Non solo per i loro sistemi informatici, quali software o reti, ma a essere prese di mira sono anche le stesse infrastrutture.
La finalità degli attacchi è l’intercettazione di comunicazioni sensibili degli utenti e lo spionaggio contro target specifici come aziende, personaggi politici, funzionari governativi, forze dell’ordine e attivisti politici.

Campagne di malspam ancora le più utilizzate per violare i sistemi informatici

Il report, condotto dagli esperti di Cyber Threat Intelligence a supporto del Global Security Operation Centre (SOC) di Leonardo, evidenzia poi come le campagne di malspam, ovvero la ricezione di mail o messaggi contenenti link o allegati malevoli, continuino a essere lo strumento più utilizzato per violare i sistemi informatici, poiché spesso facilitate dalle azioni delle ‘vittime’, che ignare mettono a rischio l’integrità di dati personali o sistemi aziendali.
Il fattore umano nella cybersecurity rimane quindi un tema cruciale.

La variante Omicron entra nelle mail di phishing

In particolare, l’ultimo trimestre del 2021 è stato caratterizzato da una nuova campagna di malspam che sfrutta il Covid-19. Nelle e-mail truffa (phishing) inviate alle vittime sono contenute informazioni relative a un presunto contatto del destinatario con un collega positivo alla variante Omicron. La vittima è invitata a prendere visione di un allegato: aprendolo e abilitandone il contenuto, il malware viene scaricato automaticamente e inizia a ricercare credenziali bancarie e/o a ottenere l’accesso remoto sul dispositivo infetto.

Rilevata una vulnerabilità su circa 3 miliardi di dispositivi
A dicembre poi è stata rilevata una grave vulnerabilità che ha causato molta preoccupazione tra gli esperti. Il software che presenta questa vulnerabilità è infatti uno degli strumenti più importanti per la gestione delle librerie di logging di applicazioni utilizzate dalle aziende, anche nell’ambito di siti web e servizi online, e si stima che potrebbe essere presente su circa 3 miliardi di dispositivi a livello globale.
In sintesi, tale vulnerabilità ha permesso a utenti esterni di penetrare nei sistemi, eseguendo codice malevolo da remoto. Per la diffusione di tale software su scala globale, e per la facilità di esecuzione degli attacchi, la vulnerabilità ha ricevuto un grado di criticità di 10 su 10.

Le imprese lombarde tornano ai livelli pre-crisi

Alla fine del 2021 le imprese attive in Lombardia erano pari a 814.756, per una crescita su base annua del +0,5%. Una crescita che, secondo l’analisi sui dati delle anagrafi camerali di Unioncamere Lombardia, consente di recuperare i livelli precedenti la crisi generata dalla pandemia da Covid-19. Potrebbe trattarsi di un primo segnale d’inversione di tendenza, ma nel complesso il dato risulta ancora lontano dai livelli del 2019. Nell’analisi della nati-mortalità d’impresa si impone però una certa prudenza, poiché le cessazioni sono state frenate da sostegni istituzionali e moratorie volte a salvaguardare il tessuto imprenditoriale dagli effetti della crisi.

Il 2021 segna una ripresa delle iscrizioni

Di fatto, la dinamica recente è stata condizionata dalla crisi economica generata dalla pandemia. Dopo il sostanziale congelamento delle posizioni nel 2020, l’anno scorso ha visto una ripresa delle iscrizioni (57.177 movimenti, pari al +19% su base annua), che si sono quindi riportate su valori pre-crisi. Per le cessazioni invece il recupero è stato modesto (54.450 movimenti, pari al +1,4%) e solo negli ultimi mesi si è registrata un’accelerazione delle chiusure.
La crescita imprenditoriale registrata nel 2021 in Lombardia risulta esclusivamente frutto del maggior numero di società di capitali (+4,7% su base annua), con un incremento particolarmente rilevante per le società a responsabilità limitata semplificata (+13,6%) preferite sempre più spesso alle Srl a socio unico (-4,8%).
L’80% delle società di capitale rimane formato da Srl ‘tradizionali’, in crescita del +4,9%, mentre le società per azioni aumentano del +2,5%.

Più attività giovanili e femminili

I risultati del 2021 fanno emergere segnali interessanti anche in merito alle caratteristiche degli imprenditori. Il tasso di crescita per le imprese femminili è superiore alla media (+1,2%) così come per le imprese giovanili (+1,3%) dopo un lungo trend decrescente.
Questa vitalità dell’imprenditoria giovanile è probabilmente aiutata dal boom delle attività digitali e su web, che hanno fatto da volàno allo sviluppo dei servizi avanzati.
Rallenta invece, dopo gli incrementi significativi degli anni passati, l’aumento di imprese straniere (+0,2%), presumibilmente anche per le restrizioni che hanno ridotto la mobilità internazionale durante la pandemia.

Torna la voglia di fare impresa

“Nel 2021 è tornata la voglia di fare impresa: in Lombardia sono state avviate più di 57 mila nuove attività, riportandoci sui livelli del 2019 – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio -. Le imprese guidate da donne e giovani sono sempre più numerose, in particolare nelle aziende di servizi con elevato contenuto professionale, scientifico e tecnico e nei settori finanziario e assicurativo”.

Green economy: Lombardia medaglia d’oro per eco-investimenti e green jobs

La Lombardia è la regione più performante dal punto di vista della Green economy. Con 89.784 imprese, è infatti al primo posto in Italia nella graduatoria regionale per numero assoluto di aziende che hanno investito in tecnologie green. Ma i primati della regione non si fermano qui: con 265.563 contratti stipulati a green jobs dalle imprese per il 2020, la Lombardia è al vertice anche della graduatoria regionale per lavori green. A livello provinciale è la città di Milano, con le sue 35.352 imprese green, la provincia più virtuosa della Lombardia. Seconda è Varese, con 11.712 imprese, terza Monza, con 9.480, seguita da Como, con 7.868, Bergamo (6.598), e Brescia (5.911). La classifica prosegue con Pavia, con 2801 imprese, Mantova, con 2691, Lecco (2403), Cremona (1921), Sondrio (1383), e infine Lodi, con 1244 imprese green. 

Milano al primo posto per numero di imprese green

Si tratta dei dati emersi dal focus Lombardia del dodicesimo rapporto GreenItaly, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, con la collaborazione del Centro Studi Tagliacarne e con il patrocinio del ministero della Transizione Ecologica. Al rapporto hanno collaborato Conai, Novamont, Ecopneus, diverse organizzazioni e oltre 40 esperti.
Secondo il rapporto, l’ottimo risultato della provincia di Milano è confermato anche su scala nazionale. Milano è infatti al primo posto anche in Italia nella graduatoria provinciale per numero di imprese green, riporta Adnkronos.

Fare della transizione verde la chiave per costruire una società migliore

“La Lombardia può essere alla guida di un’Italia che fa della transizione verde la chiave per costruire un’economia e una società più a misura d’uomo e per questo più forti e capaci di affrontare il futuro – dichiara Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola -. È questa la direzione indicata dall’Europa con il Next Generation Eu, alla base degli ingenti finanziamenti del Pnrr, per affrontare la pandemia e la crisi climatica”. Nel Rapporto GreenItaly si conferma quindi un’accelerazione verso la green economy del sistema imprenditoriale italiano. “L’Italia che sperimenta in campo aperto un paradigma produttivo fatto di sostenibilità, innovazione, bellezza, cura e valorizzazione dell’ambiente, dei territori, delle comunità”, aggiunge Realacci.

Abilitare le competenze richieste in ambito green jobs

“La transizione verso un’economia che sia realmente sostenibile nel lungo periodo per la vita dell’ambiente e della società è un’urgenza non più rimandabile – commenta Giovanni Fosti, presidente della Fondazione Cariplo -. Il nostro territorio ha sviluppato una grande attenzione condivisa sul tema dell’economia circolare, favorendo la creazione di importanti alleanze tra imprese, istituzioni e reti di comunità per la riduzione dello spreco e la valorizzazione delle risorse, che possono diventare strumenti di inclusione e contrasto alla disuguaglianza. Per proseguire con equilibrio nella transizione verde oggi è cruciale abilitare nelle persone le competenze richieste in ambito green jobs, investendo sulla formazione e sulla valorizzazione del capitale umano a partire dai più giovani”.

Compravendite e mutui: gli atti notarili nei primi 6 mesi 2021

Nel primo trimestre del 2021 le convenzioni notarili di compravendita e le altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari ammontano a 214.804 (+6,1% rispetto al IV trimestre 2020 e +36,7% su base annua), mentre nel secondo trimestre sono 263.651 (+5,1% rispetto al trimestre precedente e +76,0% su base annua). Il forte aumento tendenziale va interpretato tendendo conto che nei primi due trimestri del 2020 il numero delle compravendite aveva subito un calo consistente per le conseguenze socio-economiche della crisi pandemica. Nel secondo trimestre il settore abitativo segna invece variazioni congiunturali positive in tutte le aree geografiche del Paese: Nord-Ovest e Isole +5,6%, Centro +5,0%, Nord-Est +4,5%, e Sud +4,1%. Lo stesso andamento riguarda il settore economico, con il Sud +9,0%, il Centro +8,7%, il Nord-Est +8,5%, il Nord-Ovest +6,0%, e le Isole +2,2%.

Crescita tendenziale delle transazioni immobiliari

Il 94,7% delle convenzioni stipulate dai notai nel secondo trimestre 2021 (249.587) riguarda trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo, il 5,0% quelle a uso economico (13.144), e lo 0,3% le convenzioni a uso speciale e multiproprietà (920). Rispetto al secondo trimestre 2020, le transazioni immobiliari aumentano del 75,4% nel comparto abitativo, e dell’87,7% in quello economico, accelerando la crescita su base annua già evidenziata nel primo trimestre, rispettivamente +37,2% e +29,3%.

Andamento positivo in tutte le aree del Paese 

Per il comparto abitativo la crescita tendenziale osservata nel secondo trimestre interessa tutto il Paese: Isole +94,1%, Sud +87,8%, Nord-ovest +78,2%, Centro +72,0% e Nord-Est +60,9%, nei piccoli e grandi centri (rispettivamente, +82,9% e +66,7%). Una crescita tendenziale in tutte le aree del Paese si osserva anche per il comparto economico (Isole +128,2%, Nord-Ovest +94,2%, Sud +85,6%, Centro +82,3%, e Nord-Est +73,1%), sia nei piccoli centri (+89,1%) sia nelle grandi città (+85,8%).

Le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni

Nel secondo trimestre 2021 le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare sono 122.389, e aumentano del 2,8% rispetto al primo trimestre e del 45,2% su base annua. Prosegue così l’incremento congiunturale e si accentua quello tendenziale già osservato nel primo trimestre 2021 (+23,0% rispetto al primo trimestre 2020). La crescita interessa tutto il Paese sia su base congiunturale (Isole +5,9%, Nord-Ovest +2,8%, Nord-Est +2,6, Centro +2,5%, Sud +2,2%) sia su base annua (Isole +57,7% Sud 51,2% Nord-Ovest +48,1% Centro +41,9% Nord-Est +38,4%). E nei piccoli centri come nei grandi, dove l’aumento è rispettivamente del +48,3% e del +41,6%.

Smart-working, come ottenere l’equilibrio tra lavoro e vita privata

MeglioQuesto, il network globale e player di riferimento in Italia nel settore della customer experience, in collaborazione con Relief, propone a chi lavora da casa ‘5 mosse vincenti’ per trovare un buon equilibrio tra lo smartworking e la vita domestica. Per supportare gli smart worker in un clima psicologico ottimale, MeglioQuesto consiglia infatti di organizzare il lavoro, dire no al multitasking, rilassare la mente, trovare i propri spazi, e dedicare del tempo a sé stessi.
Sono questi infatti i cinque consigli utili diretti a tutti coloro, che dall’inizio della pandemia, sono alle prese con il difficile compito di trovare il giusto equilibrio tra il lavoro e la vita privata. 

Aumentano gli smart workers, ma non quelli pienamente ingaggiati

Lo scenario da cui partono gli esperti di MeglioQuesto e Relief è quello delineato dall’Osservatorio Smart Working, che ha stimato come al termine della pandemia le organizzazioni prevedano un aumento degli smart workers rispetto ai numeri registrati negli ultimi diciotto mesi.  Il perdurare dell’emergenza sanitaria, e i lunghi periodi di lavoro forzato da casa hanno avuto però anche ripercussioni negative. È infatti diminuita la percentuale di smart workers pienamente ingaggiati (ovvero legati all’azienda e attaccati al proprio lavoro, oltre che soddisfatti), passata dal 18% al 7%, restando comunque, seppur di poco, superiore a quella degli altri lavoratori inseriti in organizzazioni tradizionali (pari al 6%).

Tecnostress e overworking colpiscono di più chi lavora da casa 

In questo scenario, il tecnostress, l’impatto negativo a livello comportamentale o psicologico causati dall’uso delle tecnologie, ha poi interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart workers (28% contro il 22% degli altri dipendenti), in particolare, donne (29% contro il 22% dei colleghi) e responsabili (27% contro il 23% dei collaboratori). Alcuni possibili effetti negativi del tecnostress sono il peggioramento dell’equilibro tra vita privata e lavoro, dell’efficienza e l’overworking, ovvero dedicare un’elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo.

Organizzare il tempo e modulare le emozioni

Fenomeni di tecnostress e overworking hanno coinvolto il 13% dei lavoratori, e in misura maggiore gli smart worker rispetto agli altri lavoratori (17% contro 9%), le donne più degli uomini (19% contro 11%) e i manager più dei collaboratori (19% contro 9%). Da qui la strategia e i consigli di MeglioQuesto e Relief, che hanno l’obiettivo di aiutare i lavoratori a organizzare meglio il tempo, e modulare le emozioni per ottenere una più efficace separazione degli ambiti personali da quelli produttivi. Ovviamente, a vantaggio di entrambi.

Il capitolo Sicurezza e cittadinanza nel 55° Rapporto Censis

Nell’anno del Covid-19 le donne chiuse in casa hanno avuto più paura, tanto che sono cresciute in maniera esponenziale le richieste di aiuto. Secondo il capitolo dedicato a Sicurezza e cittadinanza del 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2021, nel 2020 si sono infatti registrate 31.688 chiamate al numero verde 1522, +48,8% rispetto al 2019, e il trend non sembra diminuire nel 2021: nei primi tre mesi dell’anno le chiamate sono state 7.974 (+38,8%). Le donne raccontano poi di non sentirsi sicure anche fuori casa: il 75,8% ha paura di camminare per strada e prendere i mezzi pubblici la sera e l’83,8% teme i luoghi affollati. Di fatto, l’anno scorso sono state uccise 116 donne, di cui 99 in ambito familiare o affettivo, 67 per mano del partner o di un ex. 

Le paure dei cittadini e delle cittadine italiane

Dal 1° agosto 2020 al 31 luglio 2021 in Italia i reati informatici sono stati 202.183 (+27,3%). Gli italiani sono consapevoli che il web nasconda pericoli: il 54,3% associa il maggiore utilizzo del web a rischi legati alla sicurezza informatica, il 43,1% è preoccupato del libero accesso a internet dei minori e il 27,6% teme per i rischi di dipendenza da sovraesposizione a web e social network, mentre il 22,6% teme invece gli hater. Quasi 9 milioni di italiani, di cui 6 milioni donne, hanno paura di stare da soli in casa di notte. Non stupisce che il 90,9% degli italiani abbia almeno un sistema di sicurezza a difesa della propria abitazione. Il più diffuso è la porta blindata (65,7%), ma 4,8 milioni dichiarano di possedere un’arma da fuoco.

Il peso del Covid-19 sul mercato dell’illecito

Dei 16.638.268 articoli contraffatti sequestrati nel 2020 dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane 8.327.879 possono essere classificati come dispositivi anticovid, soprattutto mascherine, guanti monouso, tute e termometri. I dati testimoniano la presenza di traffici significativi di dispositivi di protezione e della vendita online di falsi medicinali per il Covid-19. Se ai dispositivi contraffatti si aggiungono gli oltre 46 milioni di dispositivi medici ritirati dal mercato perché ritenuti non sicuri è ancora più evidente quale sia stato il peso del Covid-19 sul mercato dell’illecito.

La vitalità degli imprenditori stranieri

In risposta alla mancanza di lavoro dipendente durante la pandemia i migranti hanno continuato a mostrare la loro vitalità. A fine dicembre 2020 gli imprenditori stranieri risultano 463.048, di cui 376.264 provenienti da Paesi extracomunitari.
L’aumento dei titolari di impresa stranieri prosegue anche nel primo semestre del 2021: a fine giugno sono 465.352 (+1,8%) e rappresentano il 15,5% del totale. Due i settori in cui la loro presenza è più evidente: il commercio e le costruzioni. A fine giugno si contano 180.225 imprese commerciali, il 20,5% dell’intero settore. Le imprese edilizie con titolare straniero sono invece 123.109 (26,7%), ma durante l’emergenza sanitaria sono aumentate anche le imprese agricole (+4,9%) e le attività finanziarie e assicurative (+5,1%).

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