Il mercato del lavoro post-Covid è “candidate driven”

Fino al 2020 il mercato del lavoro italiano era esplicitamente client driven: erano le aziende ad assumere il ruolo di potere quasi incontrastato nel processo di selezione del personale. Oggi, invece, ci si trova in un mercato diverso, più vicino all’essere candidate driven.  È questa, secondo Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, la principale differenza nel mondo della ricerca e della selezione del personale nel post Covid.
“Si potrebbe essere portati a pensare che il mercato del lavoro sia stato trasformato soprattutto dall’avvento su larga scala del lavoro agile, introdotto come sappiamo in forma emergenziale a partire dal marzo 2020 – spiega Adami-. In realtà, però, dal punto di vista dei recruiter e dei cacciatori di teste quello è solo uno dei fattori da prendere in considerazione”.

“Oggi i talenti possono contare su maggiori possibilità”

“Oggi la domanda di talenti sovrasta l’effettiva offerta in tanti settori differenti – prosegue Adami -. Se prima del Covid chi si occupava di head hunting sapeva molto bene quali erano i settori e i ruoli che si scontravano con un effettivo gap di competenze, oggi questo problema è molto diffuso, per motivi spesso diversi. Molto semplicemente – aggiunge l’head hunter – oggi i talenti possono contare su maggiori possibilità, su un ventaglio di offerte che fino al 2020 era appannaggio di pochissimi. Per un selezionatore oggigiorno non è affatto raro trovarsi a fare un colloquio di lavoro con persone che, nello stesso periodo, sono in corsa per un altro o per più ruoli in altre realtà”.

Da cosa è determinato questo cambio di paradigma?

“I fattori che hanno portato a questo nuovo e per tanti versi inedito scenario sono diversi – risponde l’head hunter -. Bisogna senz’altro tenere in considerazione la ripartenza dopo il Covid-19, e quindi la fisiologica crescita della domanda da parte di molte realtà. Un altro fattore da tenere in considerazione è poi quello delle cosiddette ‘Grandi dimissioni’, ovvero dell’aumento delle dimissioni volontarie che ha avuto luogo a partire dal 2021. Questo fenomeno si traduce infatti in un aumento della mobilità sul mercato del lavoro, con un incremento delle possibilità di carriera per i professionisti più audaci”.

È un buon momento per concentrarsi sullo sviluppo di carriera

“Indubbiamente – sottolinea Adami -, in questo frangente il mercato si presenta in modo favorevole a chi è alla ricerca di nuove sfide e di nuove possibilità: tutto sta, come ricordano sempre i nostri career coach, nello stabilire un piano abbastanza preciso di sviluppo professionale, in base alle proprie esigenze effettive e ai propri obiettivi, senza farsi trascinare dagli eventi. In questo momento storico il dipendente alla ricerca di nuove opportunità ha maggiore scelta, grazie alla mobilità del mercato nonché alla flessibilità maggiore concessa delle aziende: può essere quindi un ottimo periodo per prendere davvero in mano le redini della propria vita professionale”.

Le imprese lombarde tornano ai livelli pre-crisi

Alla fine del 2021 le imprese attive in Lombardia erano pari a 814.756, per una crescita su base annua del +0,5%. Una crescita che, secondo l’analisi sui dati delle anagrafi camerali di Unioncamere Lombardia, consente di recuperare i livelli precedenti la crisi generata dalla pandemia da Covid-19. Potrebbe trattarsi di un primo segnale d’inversione di tendenza, ma nel complesso il dato risulta ancora lontano dai livelli del 2019. Nell’analisi della nati-mortalità d’impresa si impone però una certa prudenza, poiché le cessazioni sono state frenate da sostegni istituzionali e moratorie volte a salvaguardare il tessuto imprenditoriale dagli effetti della crisi.

Il 2021 segna una ripresa delle iscrizioni

Di fatto, la dinamica recente è stata condizionata dalla crisi economica generata dalla pandemia. Dopo il sostanziale congelamento delle posizioni nel 2020, l’anno scorso ha visto una ripresa delle iscrizioni (57.177 movimenti, pari al +19% su base annua), che si sono quindi riportate su valori pre-crisi. Per le cessazioni invece il recupero è stato modesto (54.450 movimenti, pari al +1,4%) e solo negli ultimi mesi si è registrata un’accelerazione delle chiusure.
La crescita imprenditoriale registrata nel 2021 in Lombardia risulta esclusivamente frutto del maggior numero di società di capitali (+4,7% su base annua), con un incremento particolarmente rilevante per le società a responsabilità limitata semplificata (+13,6%) preferite sempre più spesso alle Srl a socio unico (-4,8%).
L’80% delle società di capitale rimane formato da Srl ‘tradizionali’, in crescita del +4,9%, mentre le società per azioni aumentano del +2,5%.

Più attività giovanili e femminili

I risultati del 2021 fanno emergere segnali interessanti anche in merito alle caratteristiche degli imprenditori. Il tasso di crescita per le imprese femminili è superiore alla media (+1,2%) così come per le imprese giovanili (+1,3%) dopo un lungo trend decrescente.
Questa vitalità dell’imprenditoria giovanile è probabilmente aiutata dal boom delle attività digitali e su web, che hanno fatto da volàno allo sviluppo dei servizi avanzati.
Rallenta invece, dopo gli incrementi significativi degli anni passati, l’aumento di imprese straniere (+0,2%), presumibilmente anche per le restrizioni che hanno ridotto la mobilità internazionale durante la pandemia.

Torna la voglia di fare impresa

“Nel 2021 è tornata la voglia di fare impresa: in Lombardia sono state avviate più di 57 mila nuove attività, riportandoci sui livelli del 2019 – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio -. Le imprese guidate da donne e giovani sono sempre più numerose, in particolare nelle aziende di servizi con elevato contenuto professionale, scientifico e tecnico e nei settori finanziario e assicurativo”.

Smart-working, come ottenere l’equilibrio tra lavoro e vita privata

MeglioQuesto, il network globale e player di riferimento in Italia nel settore della customer experience, in collaborazione con Relief, propone a chi lavora da casa ‘5 mosse vincenti’ per trovare un buon equilibrio tra lo smartworking e la vita domestica. Per supportare gli smart worker in un clima psicologico ottimale, MeglioQuesto consiglia infatti di organizzare il lavoro, dire no al multitasking, rilassare la mente, trovare i propri spazi, e dedicare del tempo a sé stessi.
Sono questi infatti i cinque consigli utili diretti a tutti coloro, che dall’inizio della pandemia, sono alle prese con il difficile compito di trovare il giusto equilibrio tra il lavoro e la vita privata. 

Aumentano gli smart workers, ma non quelli pienamente ingaggiati

Lo scenario da cui partono gli esperti di MeglioQuesto e Relief è quello delineato dall’Osservatorio Smart Working, che ha stimato come al termine della pandemia le organizzazioni prevedano un aumento degli smart workers rispetto ai numeri registrati negli ultimi diciotto mesi.  Il perdurare dell’emergenza sanitaria, e i lunghi periodi di lavoro forzato da casa hanno avuto però anche ripercussioni negative. È infatti diminuita la percentuale di smart workers pienamente ingaggiati (ovvero legati all’azienda e attaccati al proprio lavoro, oltre che soddisfatti), passata dal 18% al 7%, restando comunque, seppur di poco, superiore a quella degli altri lavoratori inseriti in organizzazioni tradizionali (pari al 6%).

Tecnostress e overworking colpiscono di più chi lavora da casa 

In questo scenario, il tecnostress, l’impatto negativo a livello comportamentale o psicologico causati dall’uso delle tecnologie, ha poi interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart workers (28% contro il 22% degli altri dipendenti), in particolare, donne (29% contro il 22% dei colleghi) e responsabili (27% contro il 23% dei collaboratori). Alcuni possibili effetti negativi del tecnostress sono il peggioramento dell’equilibro tra vita privata e lavoro, dell’efficienza e l’overworking, ovvero dedicare un’elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo.

Organizzare il tempo e modulare le emozioni

Fenomeni di tecnostress e overworking hanno coinvolto il 13% dei lavoratori, e in misura maggiore gli smart worker rispetto agli altri lavoratori (17% contro 9%), le donne più degli uomini (19% contro 11%) e i manager più dei collaboratori (19% contro 9%). Da qui la strategia e i consigli di MeglioQuesto e Relief, che hanno l’obiettivo di aiutare i lavoratori a organizzare meglio il tempo, e modulare le emozioni per ottenere una più efficace separazione degli ambiti personali da quelli produttivi. Ovviamente, a vantaggio di entrambi.

Industria 4.0 nelle imprese manifatturiere

Le aziende manifatturiere conoscono le opportunità offerte dal Piano Nazionale Transizione 4.0: l’83% delle imprese intervistate dall’Osservatorio Transizione Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, conosce il credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, il 55% quello per ricerca, sviluppo e innovazione e il 52% quello per la formazione. Le aziende auspicano però che il Piano sia affiancato da altre forme di incentivo per accompagnare la crescita del mercato. Nei prossimi sei mesi le esigenze più sentite sono sgravi fiscali (55%) e incentivi per l’assunzione di personale (41%), mentre nei prossimi due anni le aziende indicano il rilancio di forme di iper e super ammortamento su beni strumentali (48%).

L’Industrial Smart Working

Durante la pandemia lo smart working si è diffuso anche nelle imprese manifatturiere. Il 37% ha introdotto forme di flessibilità nella gestione degli orari di lavoro, il 28% utilizza strumenti per tracciare le competenze, il 19% monitora le condizioni di salute dei lavoratori e il 17% lascia libera scelta fra lavoro in presenza o in remoto. Sono state remotizzate il 40% delle attività di formazione, controllo della qualità e monitoraggio degli impianti, e il 25-30% delle attività di manutenzione, gestione delle officine, collaudo delle macchine. I benefici? Sono aumentate flessibilità (67%) e tempestività di risposta ai problemi (55%), è migliorato il work-life balance (62%), anche se sono cresciuti stress e carico di lavoro (16%).

Le tecnologie 4.0 per la sostenibilità

Le imprese manifatturiere sono sempre più consapevoli del vantaggio competitivo offerto dall’impegno per la sostenibilità: il 15% ha già terminato progetti di sostenibilità nell’ambito delle operations, circa un terzo ne ha attivati alcuni e solo il 3% non è interessato. Le aziende monitorano soprattutto indicatori relativi agli scarti di processo (51%), consumo di acqua, materiali ed energia (48%), ma un quarto del campione ancora non misura alcun indicatore di performance relativo alla sostenibilità. Le principali barriere all’impiego del digitale per migliorare la sostenibilità sono la mancanza di cultura aziendale (37%), di indicatori che colleghino la performance di sostenibilità al valore aziendale (30%) e la difficoltà a comprendere quali siano i benefici attesi (29%).

I servizi 4.0

Nel 2020 i servizi 4.0 hanno raggiunto un valore di circa 275 milioni di euro, spinti soprattutto dalla consulenza operativa, mentre la consulenza strategica continua a trovare poco spazio. Le aziende di consulenza sono riuscite a trasferire le attività sui canali digitali, riducendo i possibili effetti della pandemia e aprendosi a un modello di business basato sulla fornitura di prodotti e servizi più sostenibili e di valore per il cliente (Servitization 4.0). Due terzi delle imprese oggi è abituato a utilizzare beni strumentali e software a fronte di un canone mensile o annuale, ma le opportunità offerte dalla connessione dei macchinari sono ancora poco sfruttate. Solo un quarto usa servizi informativi associati a un macchinario, meno di un’azienda su dieci utilizza servizi per migliorare la gestione energetica, e meno del 5% ha sviluppato soluzioni di manutenzione predittiva.

Covid e aziende italiane: criticità, previsioni e speranze per il futuro

Quale è la situazione attuale delle imprese italiane, alle prese con più di un anno di difficoltà legate all’emergenza sanitaria e alle relative procedure, e soprattutto quali sono le prospettive future? A queste domande cerca di rispondere il sondaggio Ipsos – AreaStudi Legacoop, che ha esplorato le criticità dell’imprenditoria tricolore e i possibili sviluppi.

Trovare nuovi clienti è la maggiore difficoltà

Il sondaggio Ipsos, condotto nell’ambito dell’Osservatorio LegaCoop ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione, rivela che “trovare nuovi clienti” rappresenta la difficoltà maggiormente citata da imprenditori e lavoratori autonomi (22%). Segue il peso dei vincoli normativi e l’aumento dei costi di produzione o del lavoro (entrambi al 14%). Chiude la classifica di quelle che sono indicate come le maggiori criticità il rispetto del protocollo sicurezza Covid per la prevenzione del contagio (13%).

Solo il 33% prevede scenari positivi per il futuro

Anche per quanto riguarda il futuro le imprese italiane danno risposte con molte ombre e qualche luce. Il 53% ritiene che la situazione della propria impresa resterà negativa o peggiorerà, con il 5% che prevede la chiusura della propria attività. Circa una società su tre – il 33% per la precisione – nutre aspettative positive, prevedendo maggiore stabilità. In caso di chiusura: il 45% cercherebbe un lavoro come dipendente, il 38% aprirebbe una nuova attività e il 16% si ritirerebbe dal mercato del lavoro.

Il futuro dell’occupazione e dello smart working

Sono più le prospettive negative rispetto a quelle positive anche quelle riferite alla forza lavoro, anche se non mancano segnali di ottimismo. Il 12% delle imprese, infatti, prevede di ridurre il numero dei dipendenti, il 66% di mantenerlo invariato e soltanto il 6% di aumentarlo. Il 16% preferisce non fare previsioni. C’è poi la questione smart working, uno degli assoluti protagonisti dell’anno passato. In merito al lavoro a distanza nel 2020, il 38% delle imprese dichiara di aver aumentato la possibilità di lavorare in smart rispetto al 2019; il 53% di averlo mantenuto invariato e soltanto il 9% di averlo diminuito. Riguardo alle previsioni per il 2021 – rispetto al 2020 – il 13% pensa di aumentare il ricorso allo smart working, il 73% di lasciarlo invariato e il 14% di diminuirlo. “L’impatto della pandemia sul sistema produttivo è stato fortemente differenziato e il proseguire dell’incertezza sanitaria di certo non aiuta” commenta Mauro Lusetti, Presidente di LegaCoop. “Si spiega così il pessimismo sull’immediato futuro di oltre la metà degli imprenditori, con un picco nelle zone più produttive del paese, le più colpite dai lockdown”.

 

Imprese Controvento, in Italia sono 4.656

Nonostante l’Italia da parecchi anni mostri evidenti segni di rallentamento alcuni settori manifatturieri registrano risultati eccellenti, e singole imprese dimostrano la capacità di rispondere in maniera efficace alle sfide competitive del Paese. Sono le imprese Controvento, fotografate nella seconda edizione dello studio condotto da Nomisma, in collaborazione con CRIF. Si tratta di un campione di imprese in grado di navigare appunto anche Controvento, selezionate secondo alcuni criteri di performance rispetto alle principali variabili economico-finanziarie: ricavi, EBITDA e valore aggiunto. Le 4.656 imprese Controvento rappresentano il 6,6% del totale delle imprese manifatturiere considerate nell’analisi, e generano il 7,9% di ricavi (pari a 60,9 miliardi di euro), il 12,9% di valore aggiunto (20,7 miliardi) e il 20,7% dell’EBITDA complessivo (13,6 miliardi).

La dimensione è un fattore determinante per la competitività

Dal 2014 le imprese che navigano Controvento hanno visto crescere i ricavi del 71,4%, mentre l’EBITDA in termini assoluti totalizza una performance pari al +158%, contro il +18% delle Non Controvento. La dimensione delle imprese appare come un fattore determinante per la competitività. Le imprese Controvento, infatti, risultano maggiormente concentrate nelle classi intermedie (aziende di medie dimensioni con 50-249 addetti, o piccole imprese con 10-49 addetti). Secondo lo studio Nomisma-CRIF a predominare è l’Italia centro settentrionale, con un totale di 8 regioni (Trentino-Alto Adige, Veneto, Puglia, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Liguria, Piemonte e Emilia-Romagna) che aumentano di rilevanza.

Settori vincenti: packaging, farmaceutica, autoveicoli, metallo e abbigliamento

Anche a livello settoriale si possono individuare alcuni comparti che vedono accelerare la propria rilevanza tra le imprese Controvento. Tra i settori vincenti lo studio identifica packaging, farmaceutica, autoveicoli, metallo e abbigliamento. Tuttavia, l’appartenenza settoriale non è l’unica condizione per garantire maggiori possibilità competitive. Alcune classi dimensionali mostrano una forza competitiva superiore che costituisce un ulteriore fattore di spinta. Se nel packaging la dimensione d’impresa assume un ruolo rilevante nel riuscire a passare i criteri di performance Controvento, nella farmaceutica la classe dimensionale di appartenenza non appare come fattore discriminante per garantire una maggiore competitività relativa all’interno del settore stesso. In altri termini, la probabilità di un’impresa farmaceutica di entrare in Controvento è meno dipendente dalla sua dimensione economica.

Una manifattura a doppia velocità

All’interno dei tre ambiti di analisi considerati (territorio, dimensione, settore) si individuano specifiche caratteristiche strutturali che incrementano la probabilità per un’impresa di navigare controvento nel tempo. Le Regioni a maggiore propensione Controvento restano negli anni le medesime, e sono collocate nel Nord-Est. Come per le regioni, anche nell’analisi dei comparti trainanti si riconfermano il packaging e la farmaceutica. Evidentemente esistono alcune caratteristiche strutturali che il sistema economico tende a conservare seppur nella mutazione degli attori individuali. Un risultato che rafforza la convinzione che Controvento risulti essere un’analisi strutturale e non congiunturale. L’idea che il Paese abbia una manifattura a doppia velocità non è perciò legata a un mese o un anno specifico, ma è una caratteristica strutturale del Paese.

 

Arriva il Carrello di WhatsApp per comprare in chat

Dopo aver introdotto il pulsante dedicato allo Shopping, che ha sostituito quello delle videochiamate all’interno delle chat con gli account Business, ora su WhatsApp è arrivata anche la funzione Carrello. Rendere sempre più semplice fare acquisti online è l’obiettivo dell’app di messaggistica, soprattutto se ci si rivolge ad attività con più prodotti nel catalogo. Se prima infatti era possibile ordinare solo un prodotto per volta con la funzione Carrello è possibile selezionare più articoli contemporaneamente. Il Carrello risulta quindi particolarmente utile quando si comunica con attività che vendono più di un articolo alla volta, come ad esempio ristoranti o negozi di abbigliamento.

Migliorare l’esperienza di vendita e di acquisto

Con la nuova funzione di WhatsApp gli utenti possono sfogliare il catalogo, selezionare più prodotti e inviare l’ordine all’attività in un singolo messaggio. Dal punto di vista delle aziende, invece, il Carrello agevola le vendite, poiché è più facile tenere traccia degli ordini ricevuti e gestire le richieste dei clienti. Inoltre, grazie ai cataloghi i clienti possono controllare la disponibilità dei prodotti, e le aziende possono organizzare le chat in base ai singoli articoli.

Come funziona il Carrello di WhatsApp

La condizione più importante affinché la nuova caratteristica possa funzionare è ovviamente che il rivenditore la supporti, e permetta quindi all’utente di effettuare acquisti tramite WhatsApp, riporta Webnews. Per verificarlo basta verificare se nella chat è presente l’icona Negozio posta vicino al nome dell’azienda che interessa.  A quel punto, una volta effettuato l’accesso nello shop, basta seguire alcuni passaggi per operare i propri acquisti multipli. Innanzitutto scorrere e selezionare gli articoli presenti nel catalogo, poi toccare l’icona Aggiungi al carrello, quindi ripetere l’operazione con tutti i prodotti desiderati. Terminata l’operazione, è possibile inviare e concludere l’ordine con un semplice messaggio.

L’app è sempre più simile a un punto vendita

“Sono sempre di più gli utenti che acquistano tramite chat – si legge su Facebook, il sito ufficiale di WhatsApp – ed è per questo che desideriamo migliorare ulteriormente l’esperienza di vendita e di acquisto”. WhatsApp sta diventando, insomma, sempre più simile a un punto vendita, con i proprietari di piccole attività che possono gestire gli ordini e fornire informazioni sui prodotti o servizi offerti, e gli utenti che possono ottenere un accesso facilitato ad articoli di loro interesse. La funzione Carrello è già disponibile in tutto il mondo.

Solo il 20% delle aziende europee considera l’empowerment dei dipendenti

L’approccio tipico all’innovazione prevede che il processo venga avviato dal management e che i dipendenti vengano coinvolti solo nella fase di esecuzione. Tuttavia, questo approccio a volte può rivelarsi inefficace. Molti top manager infatti possono lasciarsi  sfuggire opportunità di business che, al contrario, possono essere colte dai dipendenti, i quali interagiscono direttamente con i clienti, o sviluppano i prodotti. Da quanto emerge da un’indagine effettuata da Savanta per conto di Kaspersky l’88% di senior decision maker europei ritiene che le organizzazioni di successo promuovano l’innovazione a ogni livello, e all’interno di ogni team. Ma solo il 20% delle aziende europee considera l’empowerment dei dipendenti come parte essenziale della propria cultura aziendale.

Le innovazioni sono più efficaci quando vengono proposte dai dipendenti

La maggior parte dei leader europei dell’innovazione ritiene che per avere successo le organizzazioni debbano alimentare una cultura dell’innovazione in tutta l’azienda. E il 67% degli intervistati ritiene che le innovazioni siano più efficaci quando vengono proposte dai dipendenti. Tuttavia, solo il 20% degli intervistati ritiene che la propria organizzazione consideri l’empowerment dei dipendenti come parte essenziale della cultura aziendale. Tanto che sebbene ciò sia considerato uno dei valori fondamentali per essere innovativi, si trova al penultimo posto nella lista dei valori più diffusi.

Le innovazioni richiedono un ambiente multiculturale

Nella lista dei valori fondamentali per avere successo la diversità però è anche più importante dell’empowerment. Questo indica che le innovazioni richiedono un ambiente multiculturale e persone con background diversi al fine di promuovere opinioni e idee davvero innovative.

“Per valorizzare al massimo il potenziale innovativo non basta avere un reparto dedicato. I migliori risultati si ottengono quando l’opinione di ogni dipendente viene presa in considerazione e può contribuire con le proprie idee – dichiara Vitaly Mzokov, Head of Innovation Hub di Kaspersky -. Il management di un’azienda dovrebbe incoraggiare e promuovere questo approccio, perfezionando le migliori idee con la propria esperienza e le proprie osservazioni nelle ultime fasi del processo, allineandole alla strategia aziendale”.

Un reparto dedicato esclusivamente al processo di innovazione

Per supportare un approccio bottom-up all’innovazione, Kaspersky raccomanda di sottolineare regolarmente l’importanza delle innovazioni nella comunicazione interna, sia con l’aiuto dei dirigenti sia allineandosi singolarmente con i team manager. Ma anche implementare un programma dedicato che permetta ai dipendenti di proporre nuove idee e opportunità di business, e motivarli istituendo un programma che premi i progetti migliori. Kaspersky suggerisce inoltre di creare un reparto dedicato esclusivamente al processo di innovazione dove i dipendenti possano lavorare alle idee selezionate: questo consente non solo di supportare il processo creativo, ma anche l’esecuzione dei progetti stessi.

A ottobre, 391mila nuovi contratti di lavoro

Dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, risulta che la domanda di lavoro delle imprese italiane continua a crescere su base tendenziale. Sebbene il quadro economico internazionale sia caratterizzato da crescenti incertezze, sono 391mila i contratti programmati nel mese di ottobre, e saliranno a oltre 1 milione nel trimestre ottobre-dicembre. Oltre 21mila in più, il 5,7% , rispetto a ottobre 2018, e nel trimestre in corso +100 mila, il 10,6% in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Le filiere del Made in Italy, opportunità nel settore dell’industria

A creare maggiori opportunità di lavoro per l’industria saranno alcune filiere distintive del Made in Italy, con in testa la meccatronica (49.960 attivazioni nel trimestre ottobre-dicembre con una crescita tendenziale del 12,5%), seguite dalla metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (40.350 contratti, +14,8%).

Le imprese del Sistema moda e dell’alimentare sembrano invece segnare il passo con tassi tendenziali di crescita più contenuti. Per i servizi, la filiera del turismo si conferma il traino della domanda di lavoro, con 70.560 i contratti nel trimestre ottobre-dicembre, e una crescita tendenziale del 19,8%. Consistente però anche l’apporto del comparto servizi informatici e delle telecomunicazioni, con 30.170 contratti e un tasso di crescita del 19,1%.

Permane la difficoltà nel reperimento dei profili professionali

Resta alta la difficoltà di reperimento di profili professionali segnalata dalle imprese, che riguarda il 31,4% dei profili ricercati. Ad avere maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese dei servizi informatici e delle Tlc, con il 52% dei profili ricercati di difficile reperimento, le imprese della metallurgia e fabbricazione prodotti in metallo (47%), quelle della meccatronica (45%), industrie del legno e del mobile (43%), tessili, abbigliamento e calzature (38%).

La maggiore difficoltà è nel reperire laureati in ingegneria elettronica e dell’informazione (67,9%) e in ingegneria industriale (54,0%), ma difficili da reperire sono anche i laureati in chimica e farmacia (58,6%) nonché quelli a indirizzo scientifico, matematico e fisico. Oltre ai laureati in discipline Stem, mancano anche quelli a indirizzo linguistico, traduttori e interpreti (53,9%).

Mancano laureati in discipline Stem

Considerata la difficoltà a reperire laureati in discipline Stem, non stupisce che siano proprio le aree aziendali dove queste professionalità dovranno operare a registrare le più elevate difficoltà di reperimento. Infatti, è di difficile reperimento il 65,5% dei profili inquadrati nei servizi informativi (+20% su base annua), così come il 50,4% dei profili dediti alla progettazione, ricerca e sviluppo.

In crescita del 7% anche la difficoltà di reperimento nell’ambito delle funzioni legate alla logistica.

Ulteriori conferme, riporta Adnkronos, si trovano scorrendo il Borsino delle Professioni. Sono di difficile reperimento il 68,7% degli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali, il 42,2% degli ingegneri, il 63,1% dei tecnici in campo ingegneristico, e il 61,8% dei tecnici informatici.

 

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