Enea ed Eni insieme nella ricerca sulla fusione

L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, e l’Eni uniscono le forze nella ricerca per la produzione di energia pulita. Il presidente dell’Enea Federico Testa e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno infatti firmato un protocollo d’intesa, un Memorandum of Undestanding, che apre la strada alla collaborazione nella ricerca sulla fusione a confinamento magnetico. Obiettivo dell’accordo, ottenere energia pulita, sostenibile e sicura tramite il meccanismo con cui viene prodotta energia nel Sole. Questo accordo sulla fusione fa seguito al Protocollo d’Intesa siglato nel luglio 2018 per individuare aree di comune interesse per lo sviluppo congiunto di soluzioni tecnologiche innovative.

Il progetto Divertor Tokamak Test

Più in particolare, il Memorandum of Undestanding prevede la possibilità di collaborare, attraverso la costituzione di un’apposita società, nella realizzazione e conduzione del progetto Divertor Tokamak Test (DTT), il polo scientifico-tecnologico in realizzazione presso il centro ENEA di Frascati. Il DTT si propone come nuova macchina sperimentale per testare diverse soluzioni e fornire risposte scientifiche e tecnologiche ad alcuni aspetti peculiari del processo di fusione, quale, ad esempio, la gestione di elevatissime temperature.

Nello specifico, si legge su Eneainform@, il Memorandum prevede la definizione degli ambiti di azione e degli impegni delle parti per realizzare e condurre il progetto DTT, e la valutazione congiunta delle modalità di costituzione del veicolo societario.

“Un elemento chiave nella strategia di decarbonizzazione per un futuro più sostenibile”

“Questo accordo rafforza ulteriormente il nostro impegno nello sviluppo e l’applicazione di tecnologie innovative, un elemento chiave nella strategia di decarbonizzazione di Eni verso un futuro più sostenibile”, dichiara l’amministratore delegato Descalzi. Eni infatti contribuirà con le sue competenze industriali, tecniche e commerciali alla realizzazione di questa importante iniziativa, riporta Askanews. L’accordo conferma inoltre l’impegno di Eni in un campo sfidante come quello della fusione a confinamento magnetico. Un impegno iniziato un anno fa con l’investimento nella start up CFS (Commonwealth Fusion Systems) e con le collaborazioni con MIT in USA, oltre alla più recente sigla di un accordo con il Cnr per la realizzazione di un Centro di Ricerca congiunto a Gela, in Sicilia.

Italia all’avanguardia nella ricerca di frontiera

Il progetto DTT, già interamente finanziato, pone l’Italia all’avanguardia nella ricerca di frontiera e consentirà di creare 1.500 posti di lavoro e un ritorno di oltre 2 miliardi di euro. “Nel settore della fusione a Enea è riconosciuta una leadership internazionale grazie al livello di eccellenza dei nostri ricercatori, alla dotazione strumentale e a laboratori tecnologici avanzati – sostiene il presidente Testa -. ENEA ha maturato un elevato grado di professionalità nella gestione di progetti complessi a livello nazionale, europeo e internazionale fornendo prove, studi e misure finalizzati ad incrementare la qualità dei prodotti, dei servizi e dei processi, favorendone la sostenibilità e la valorizzazione ai fini produttivi e della competitività. E questa alleanza con Eni – aggiunge Testa – è una positiva conferma”.

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Generazione Zeta: tecnologici, disillusi, ma più determinati

Sono pochi, sotto i 3 milioni, ancora meno dei Millennials: la Generazione Zeta è la prima generazione a non aver memoria diretta del Novecento, e la sua parte più matura ha oggi 20-24. Sta quindi compiendo il proprio percorso di transizione dal mondo della scuola a quello del lavoro. Il rapporto con le nuove tecnologie è senz’altro il loro elemento distintivo, ma i ventenni di oggi hanno visto la crisi economica investire in pieno i Millennials. Sono perciò più disillusi, partono con minori aspettative, ma non per questo meno determinati. Tendono infatti a essere più cauti e pragmatici, più concreti rispetto al presente. E riconoscono che l’impegno di oggi è la premessa indispensabile per realizzare i propri obiettivi professionali e di vita.

Il lavoro è uno strumento per procurare reddito

È quanto emerge dalla ricerca condotta da Umana, con la collaborazione scientifica dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto G. Toniolo di Milano e Valore D. Secondo la ricerca l’autorealizzazione per i nativi digitali non è al primo posto, e non perché non sia il desiderio principale dei giovani, ma perché l’impatto della crisi economica li ha resi più concreti e pragmatici rispetto alle condizioni materiali. Alla domanda “Il lavoro è per te…”, la percentuale più elevata di risposta è infatti quella che corrisponde a “è uno strumento per procurare reddito”. La preoccupazione principale è quindi quella di un riuscire a ottenere un buon stipendio (94,2%), che dia la possibilità di affrontare il futuro (91,3%).

La capacità di adattarsi è il requisito più importante

Rispetto agli elementi considerati utili per trovare un buon lavoro il titolo di studio è considerato una condizione necessaria, ma non sufficiente (13,6%). Il requisito nettamente più importante è la capacità di adattarsi (44,9%), da intendere non solo rispetto a quanto il mercato offre, ma anche, e soprattutto, ai cambiamenti nel mondo del lavoro. Aumenta inoltre sensibilmente la preferenza per tutto ciò che rende dinamico, sfidante e innovativo il lavoro (complessivamente 35,4%). Piace anche la possibilità di viaggiare con il proprio lavoro (15,9%), interagire e incontrare persone nuove (9,5%).

Avere un sogno da realizzare e desiderio di imparare

Tra le life skills che caratterizzano gli Zeta si distinguono l’avere un sogno da realizzare (63,2%), la capacità di stare in relazione con gli altri (59,6%), perseguire obiettivi (59,4%) e riconoscere gli aspetti positivi delle situazioni (54,0%). Si impongono poi le competenze avanzate digitali, riporta Adnkronos, la creatività e lo spirito di iniziativa, entrambe indicate da oltre la metà dei rispondenti. Ma se dovessero immaginare quali siano le competenze più importanti di cui dovrebbe dotarsi un attuale diciottenne per trovare lavoro per gli Zeta la più importante risulta il desiderio di imparare (85%). Su valori bassi invece si posizionano l’abilità di essere un leader, l’empatia, la capacità di sostenere le proprie idee, l’avere un sogno da realizzare

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La nuova netiquette, le regole del galateo sui social

Non stressare, non chiedere di mettere “mi piace” ai post su Facebook, non rispondere ai messaggi dopo ore. Sono solo alcune regole del galateo al tempo dei social: le ha codificate  Usa Today, sulla base del parere di blogger americani ed esperti di social media. Sebbene le regole siano infinite, il quotidiano statunitense ha provato a ridurne il numero a quindici, considerate fondamentali. “Le regole del galateo digitale sono regole semplici che provengono dal passato”, spiega James Ivory, professore di comunicazione a Virginia Tech. E il rispetto, oggi come ieri, deve esserne la guida.

Non stressare, essere sintetici, non abbondare di emoticon

“Una delle cose che più stressa – dicono gli esperti – è mandare un messaggio ed essere subito chiamati”. Inoltre, è bene mandare un messaggio prima di chiamare qualcuno che non si conosce. E se sui social qualcuno commenta una vostra foto, fareste meglio a rispondere al commento. Inoltre, non inviare messaggi troppo lunghi, e non abbondare con l’uso delle emoticon. “Abituati a una comunicazione fatta non più di persona – spiega Elaine Swann, esperta di lifestyle – abbiamo bisogno di mettere emoticon sui testi per coprire quel vuoto che veniva dalle nostre espressioni”. Senza però esagerare.

Mettere “mi piace” ai nostri stessi post ci fa sembrare stupidi

La 4a regola per non apparire maleducati sul web è la seguente: se qualcuno vi contatta per email, fate lo stesso. E non mettete “mi piace” ai vostri stessi post, la gente lo vede e vi considera un po’ stupidi, riporta Agi. Un’altra cosa da evitare assolutamente poi è quella di chiedere agli altri di mettere “mi piace”. Questo vi fa sembrare quantomeno poco educati.  Regola numero 7: non metteteci ore a rispondere a un messaggio. Se non potete rispondere, lasciate un audio di scuse. E se qualcuno, per messaggio, vi chiede più cose, non rispondete solo ad alcune.

Evitare di ingolfare i gruppi Whatsapp con troppi messaggi

Regola numero 10: fare gli auguri via messaggio è sempre consigliato, e non è necessario chiamare se non ci si conosce “di persona”. D’altronde, è bene non comunicare brutte notizie tramite messaggi o messaggi diretti su Twitter, ed evitare di ingolfare i gruppi Whatsapp con troppi messaggi, che potrebbero disturbare chi non è interessato. E se non vi rispondono subito, non arrabbiatevi. Non sempre è possibile. Di contro, se si ha tempo per scrivere su Snapchat, vuol dire che si ha tempo anche per rispondere a un messaggio.

L’ultima regola suggerisce di non postare troppe foto sdolcinate. Apparire “melensi” non è una buona idea.

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La salute è al primo posto per gli italiani, ma è ancora poco tech

Salute e benessere rappresentano il bisogno più importante per il 60% degli italiani, e sono tra le principali aree di spesa per il 74% degli stessi. Un dato confermato anche a livello internazionale da una ricerca svolta da Deloitte in collaborazione con Swg sull’innovazione in ambito salute e benessere. Accanto all’attenzione posta sui temi della salute la ricerca sottolinea però anche una scarsa propensione all’utilizzo degli ultimi ritrovati tecnologici. Secondo Deloitte infatti il 79% dei nostri connazionali controlla il proprio stato di salute rivolgendosi ancora direttamente ai medici, mentre solo il 7% si affida all’innovazione, come l’utilizzo di device indossabili.

La spesa media annua per la prevenzione è di circa 300 euro

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre mille italiani per raccoglierne la percezione riguardo ai cambiamenti in atto in ambito medico, dell’assistenza, e in generale di tutto ciò che riguarda lo stare bene. Dallo studio emerge inoltre come due italiani su tre ritengano importante effettuare visite di prevenzione o check up almeno una volta l’anno. Nel 50% dei casi la spesa media annua riservata alla prevenzione è di circa 300 euro. Solo un intervistato su 10 ammette di non effettuare mai alcuna visita di prevenzione, e la stessa percentuale (10%) corrisponde anche a chi pensa che la spesa sanitaria possa diminuire nei prossimi 5 anni.

Solo il 7% degli italiani utilizza applicazioni digitali

“Per il 74% del campione l’innovazione ha avuto un impatto positivo sulla vita, migliorando la qualità dei servizi, facilitandone l’accesso e riducendo i costi, ma la salute viene gestita ancora in maniera tradizionale”, conferma Andrea Poggi, Strategy & Innovation Leader di Deloitte. Sul tema della tecnologia applicata alla salute l’Italia resta quindi più cauta, e i medici restano l’interlocutore preferito del 79% degli intervistati, mentre il 24% si affida alla diagnostica tradizionale, e solo il 7% dichiara di utilizzare applicazioni digitali. In particolare il digitale è ampiamente utilizzato per i servizi che facilitano l’accesso alle cure, come per esempio le prenotazioni online, mentre è molto più basso l’uso delle tecnologie digitali per il monitoraggio della salute, riporta Askanews, per la condivisione delle informazioni, la consegna di farmaci a domicilio o la telemedicina.

La tecnologia migliorerà l’accesso alle cure e le cure stesse

Quello che si aspetta il 52% degli intervistati in Italia però è che la tecnologia in futuro possa migliorare l’accesso alle cure e le cure stesse, soprattutto diminuendo i tempi di attesa per visite ed esami pubblici. Il 76% degli intervistati, inoltre, ritiene importante avere un unico punto di ingresso al mondo digitale della salute, percentuale che sale all’84% tra chi ha più di 65 anni. A oggi l’impatto maggiore del digitale sembra riguardare l’ambito dell’accesso alle informazioni. Ma 4 italiani su 10 non si fidano di quanto trovano online. E il 55% si fida solo di fonti specifiche. In ogni caso, l’80% ritiene che queste informazioni vadano integrate dal confronto con familiari, amici e specialisti.

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L’Italia è la quinta meta turistica al mondo. Il Sud poco valorizzato

L’Italia è sempre e una delle mete più desiderate dagli stranieri, ed è il quinto Paese più visitato al mondo. La nostra industria turistica vale 70,2 miliardi di euro, il 4,2% del Pil, che salgono a 172,8 miliardi di euro (10,3% del Pil) se si aggiunge anche l’indotto. E secondo i dati 2016 del World Travel and Tourism Council dal punto di vista occupazionale i lavoratori nel settore sono circa 2,7 milioni. Il Rapporto sul Turismo 2017 realizzato da UniCredit in collaborazione con il Touring Club Italiano dimostra però come il nostro Paese abbia ancora molto da fare per trasformare il turismo nel driver economico principale. Soprattutto al Sud, dove la ricchezza portata dagli stranieri è ancora troppo marginale rispetto a quella di singole regione del Nord.

Ripresa del turismo domestico

La ripresa del turismo domestico, poi, è un ulteriore segnale positivo. Gli arrivi italiani aumentano infatti del 6,2% e le presenze del 4,8%. Per quanto riguarda la spesa turistica degli stranieri, invece, nel 2016 per il quinto anno consecutivo si registra un altro record raggiungendo quota 36,4 miliardi di euro. Se la Germania si conferma il nostro primo mercato di riferimento (53,3 milioni), la vera novità è il forte incremento della Cina che, per la prima volta, entra nella top 10, con 5,4 milioni di presenze.

Le mete più visitate

I luoghi più frequentati sono le città d’arte del Centro-Nord, riporta Adnkronos, di cui Roma mantiene il suo ruolo dominante. Seguono Milano, la costa adriatica, veneta e romagnola, ed entra per la prima volta nella classifica la città di Torino. Ma è il Veneto (oltre 63 milioni di presenze) la regione più turistica d’Italia, con dati tre volte superiori a quelli della Campania (19 milioni) e ben quattro volte a quelli della Sicilia (15).

Per quanto riguarda la spesa incoming al primo posto si conferma il Lazio (6,4 miliardi di euro sui quasi 36 miliardi complessivi in Italia nel 2015), seconda la Lombardia e più a distanza, Veneto (5,2) e Toscana (4,1), e il Meridione, tutto insieme, attrae appena 5 miliardi.

Nord e Sud procedono a doppia velocità

Il focus sulle regioni del Rapporto evidenzia quindi la doppia velocità con la quale procedono le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud, una realtà paradossale poiché gli attrattori più conosciuti all’estero (aspetti climatici, paesaggio, patrimonio storico-artistico ed enogastronomico) rappresentano un quadro efficace del Meridione.

Un elemento però unisce infine la maggior parte delle regioni: la dipendenza dal mondo di lingua tedesca. In 14 casi la Germania è il primo mercato incoming, in altri cinque costituisce il secondo o il terzo mentre solo nel Lazio e in Valle d’Aosta non è presente tra i primi tre.

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A Milano la Qualità della vita è più alta

Milano conquista lo scettro di provincia più vivibile d’Italia, e dopo aver sfiorato la vittoria per quattro volte, fermandosi al secondo posto nel 2003 e 2004, e poi nel 2015 e nel 2016, quest’anno si aggiudica la 29ª edizione della Qualità della vita, l’indagine annuale del Sole 24 Ore condotta su 107 province italiane.

In particolare, Milano si piazza ben sette volte nei primi tre posti per le performance conseguite nei 42 indicatori del benessere riferiti al 2018, e suddivisi in sei macro aree tematiche, Ricchezza e consumi, Affari e lavoro, Ambiente e servizi, Giustizia e sicurezza, Demografia e società, Cultura e tempo libero.

Milano svetta negli indicatori reddituali, di lavoro e per i servizi

Milano svetta negli indicatori reddituali, di lavoro e per i servizi. Al primo posto per depositi in banca pro capite, Milano celebra un buon tasso di occupazione e vince anche l’iCityrate 2018 come migliore smart city italiana. Ma anche per la cultura sale sul podio, con la spesa media dei milanesi al botteghino.

Tra i punti deboli la sicurezza (scippi, borseggi e rapine) e l’indice di litigiosità nei tribunali. Al secondo e al terzo posto, riferisce AdnKronos, si piazzano Bolzano, in risalita dalla quarta posizione del 2017, e Aosta, in discesa di una posizione dallo scorso anno.

Fanalino di coda, Vibo Valentia

In coda alla graduatoria si ritrova Vibo Valentia. È la quarta volta che compare sul fondo, circondato da numerose città del Sud. La città è penalizzata dalle performance legate alla giustizia, ai servizi e alle variabili reddituali. Ultima per durata media dei processi e pendenze ultra-triennali nei tribunali, Vibo Valentia registra anche una delle più basse spese medie degli enti locali per minori, disabili e anziani.

In controtendenza i risultati della città sul fronte del turismo, con una permanenza media nelle strutture ricettive tra le più lunghe, e un mercato molto accessibile per l’affitto di case.

Roma stabile, Napoli in risalita

Roma è al 21° posto, in linea con l’anno precedente (24° posto), in cui il numero di province saliva a 110. La ricchezza viene confermata dai prezzi delle case, in media i più elevati d’Italia, e dalla maggiore propensione agli investimenti. Pesano sulla città il numero dei protesti pro capite, l’indice di litigiosità nei tribunali e le denunce per reati legati agli stupefacenti.

Tra le altre grandi città spicca la risalita di Napoli, che conquista 13 posizioni. Nonostante continuino a peggiorare le performance legate a Giustizia e sicurezza, e Affari e lavoro, la città festeggia il miglioramento sul fronte della ricchezza e dei consumi. Migliorano anche Venezia, Torino, Catania, Bari e Bologna. Genova e Firenze perdono invece rispettivamente otto e dieci posizioni.

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Total digital audience, a settembre 42,7 milioni gli utenti connessi

A settembre la fruizione di internet, la total digital audience, in Italia ha raggiunto 42,7 milioni di utenti unici, collegati da almeno uno dei device rilevati, ovvero computer, smartphone e tablet. Audiweb rende disponibile il nastro di pianificazione Audiweb Database con i dati della total digital audience del mese di settembre 2018. I nuovi dati sono stati distribuiti alle software house e sono consultabili dagli operatori iscritti al servizio tramite i tool di analisi e pianificazione.

A settembre quindi l’online ha interessato complessivamente il 70,5% della popolazione italiana dai 2 anni in su. E per quanto riguarda la fruizione in mobilità, ha visto coinvolta il 75,1% della popolazione maggiorenne, dai 18 ai 74 anni, pari quindi a 34,1 milioni di persone collegate da smartphone.

Sono 33,5 milioni gli utenti collegati nel giorno medio

Nel giorno medio, dai device rilevati hanno navigato almeno una volta 33,5 milioni di utenti dai 2 anni in su, per quasi 3 ore in media per persona. Per quanto riguarda il device utilizzato per l’accesso, sempre nel giorno medio, a settembre risulta che da computer hanno navigato 11,7 milioni di utenti, corrispondenti al 19,4% della popolazione da 2 anni in su, da tablet 5,4 milioni di persone, e 27,7 milioni da smartphone, rispettivamente l’11,8% e il 60,9% della popolazione maggiorenne.

I più connessi? I giovani tra i 18 e i 34 anni

Il segmento più coinvolto nella fruizione quotidiana dell’online risulta quello dei giovani tra i 18 e i 34 anni, con l’82,4% dei casi online nel giorno medio da almeno uno dei device rilevati. Inoltre, circa il 74% di questa parte della popolazione ha navigato da smartphone.

Il segmento della fascia più matura, quella dei 45-54enni, è risultato online nell’81,7% dei casi, con il 71,7% online almeno una volta anche, o solo, da smartphone. La fascia dei 35-44enni è invece risultata online nel 78,2% dei casi da uno dei device rilevati e, più in dettaglio, nel 65,9% dei casi da smartphone, che si lascia superare dall’area più matura della Generazione X (45-54enni).

Cos’è la nuova metodologia Audiweb 2.0

I dati sono stati prodotti con la nuova metodologia Audiweb 2.0, basata su quattro fonti di dati: la fonte censuaria, che consente la raccolta di dati relativi alla fruizione di tutti i contenuti online da differenti device e piattaforme, i Big Data, che contribuiscono all’attribuzione di età e genere all’audience, e la rilevazione Audiweb Panel, che avviene attraverso un campione statisticamente rappresentativo della popolazione italiana. Le informazioni provenienti dalla rilevazione Panel vengono poi espanse all’intero universo della popolazione connessa grazie alle informazioni derivanti dalla nuova Ricerca di base congiunta con Auditel.

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Bonus Mobili, una manovra che piace agli italiani

Il cosiddetto Bonus Mobili è un’agevolazione fiscale che risulta apprezzata dagli italiani. Lo rilevano i dati elaborati a partire delle dichiarazioni dei redditi della Consulta Nazionale dei CAF.

Un sostegno anche al settore arredo

“Il bonus mobili è una manovra che funziona e genera benefici per i cittadini. Inoltre, sostiene un settore, quello del legno-arredo, che conta circa 77mila imprese per la maggior parte PMI”, così Emanuele Orsini, Presidente di FederlegnoArredo, l’associazione di categoria che promuove la politica industriale per il settore legno arredo italiano. “Lo abbiamo sempre definito, più che un bonus, un incentivo all’economia reale – prosegue Orsini- perché ha il vantaggio di dare accesso più facile a chi arreda la casa dando l’opportunità di acquistare prodotti made in Italy di qualità. Attendiamo risposte certe sulla proroga a tutto il 2019”.

Identikit di un’agevolazione

Il bonus mobili è una detrazione fiscale per l’acquisto di mobili che consente di usufruire di una detrazione Irpef del 50%, ripartita in dieci quote annuali di pari importo. In questo ambito, sono significativi i dati raccolti da FederlegnoArredo (77.000 aziende produttive), Federmobili (che rappresenta 20.000 punti vendita) e la Consulta Nazionale dei CAF (20.000 Centri di Assistenza Fiscale CAF). Dal 2013 al 2016 il bonus è stato utilizzato da 828.428 contribuenti, per una spesa totale di 4,8 miliardi di euro, pari in media all’8,4% del valore annuo dei consumi interni di mobili ed elettrodomestici agevolabili. Il 2016 ha visto una forte accelerazione nell’utilizzo, con incrementi, rispetto al 2015, del +29,5% nel numero di contribuenti che ne hanno fatto ricorso (255.217 contro i 197.112 del 2015), del +45,5% in termini di spesa complessivamente sostenuta (1,7 miliardi di euro rispetto ai 1,2 miliardi del 2015) e del +12,4% in termini di importo medio degli acquisti (6.691 euro contro i 5.953 del 2015). Questo significa che nel 2016 gli acquisti di mobili e grandi elettrodomestici con bonus legati alle ristrutturazioni hanno avuto un’incidenza superiore all’11% sul valore annuo dei consumi dei beni interessati.

Una misura che serve

“Mi preme sottolineare la tenuta dell’incentivo, che è in costante crescita”, conclude il Presidente di FederlegnoArredo. “Dall’analisi delle Dichiarazione dei Redditi 2018, gli acquisti di mobili effettuati con il ricorso al bonus nel 2017 si sono consolidati attorno a 1,7 miliardi di euro, segno che la misura serve e aiuta il consumatore nelle sue scelte di acquisto”.

“A conclusione della campagna di assistenza fiscale 2018 abbiamo potuto registrare un crescente ed esplicito interesse verso questo bonus fiscale – dichiarano Massimo Bagnoli e Mauro Soldini, Coordinatori della Consulta Nazionale dei CAF – da parte dei contribuenti italiani in tutti i nostri Centri di Assistenza Fiscale. I cittadini, spinti da una informazione puntuale, all’atto della dichiarazione dei redditi hanno potuto vedere applicate le misure che consentono di usufruire di questa importante detrazione fiscale. Un risparmio reale sugli acquisti delle famiglie che, senza dubbio, è oggi particolarmente apprezzato. Una forma concreta di sostegno al reddito che, con l’assistenza dei CAF, gli italiani utilizzano sempre di più”.

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Fumare alternativo, il 60% degli italiani è favorevole

Abbandonare le sigarette tradizionali a favore di prodotti alternativi meno dannosi per la salute? Sei italiani su dieci rispondono di sì, a patto che venga provato scientificamente che lo siano. E oltre 8 su 10 vorrebbero saperne di più su dispositivi come e-cigs e riscaldatori di tabacco, potenzialmente in grado di ridurre i danni causati dal fumo. Questi prodotti infatti non implicano la combustione, il processo che genera la maggioranza di sostanze tossiche per la salute umana. Questo è quanto emerge da un’indagine di Eurispes dal titolo “Fumo: nuovi prodotti e riduzione del danno”, che ha coinvolto 1.135 fumatori italiani.

Solo il 9% afferma di voler smettere di fumare

Fra gli intervistati, il 53,7% dichiara di essere fumatore da più di 10 anni, circa la metà consuma più di 10 sigarette al giorno, il 15,2% oltre 20, e il 33% da 11 a 20.  Alla domanda relativa al desiderio di smettere di fumare, riporta Adnkronos, solo il 9% afferma di volerlo fare entro sei mesi, il 18,3% non ne ha alcuna intenzione, il 26,6% “dovrebbe ma non vuole”, il 28,5% “dovrebbe ma non crede di riuscire”, e il 17,6% “vorrebbe ma non in tempi brevi”. La maggioranza dei fumatori, inoltre, sarebbe disposta a cambiare prodotto abituale a favore di uno meno nocivo per la salute. E per quasi 8 intervistati su 10 sarebbe giusto introdurre per i prodotti meno dannosi rispetto a quelli tradizionali una tassazione ridotta. Allo stesso modo, per oltre 7 su 10 sarebbe giusto introdurre una regolamentazione meno restrittiva rispetto ai prodotti tradizionali.

Nove milioni di europei fumano sigarette elettroniche

Secondo uno studio dell’Ue del 2017 in Europa i consumatori regolari di sigarette elettroniche sono 9 milioni, e oltre 500 mila fumatori sono passati al tabacco riscaldato senza combustione. Tuttavia, osservano da Eurispes, “non sempre lo sviluppo della tecnologia è accompagnato da un parallelo adeguamento normativo, e spesso i consumatori non conoscono i nuovi prodotti e gli stessi produttori incontrano difficoltà nel diffondere le nuove tecnologie”.

Gli studi confermano: rischio ridotto eliminando il processo di combustione

Un’apertura verso queste nuove modalità di consumo è arrivata anche dal mondo della medicina generale. Secondo un’indagine curata dal Centro ricerche della Federazione dei medici di medicina generale nel 2013 (quindi nei primi anni di diffusione della sigaretta elettronica), il 40% si diceva pronto a suggerire ai fumatori incalliti di “ridurre o annullare il consumo del tradizionale tabacco passando alla sigaretta elettronica”. Il processo di validazione scientifica sulle sigarette elettroniche e i dispositivi a tabacco riscaldato di fatto è ancora in corso, ma finora gli studi pubblici o indipendenti hanno confermato la forte riduzione del rischio dovuta all’eliminazione del processo di combustione.

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Settembre, il mese dei matrimoni. E i Vip fanno tendenza

Settembre è il mese preferito dagli italiani per sposarsi. Secondo un’indagine del portale Matrimonio.com da alcuni anni il mese che segna l’arrivo dell’autunno è anche il più gettonato dagli sposi, con una percentuale che si attesta al 18,3% del totale delle nozze celebrate durante l’anno.

L’inizio dell’autunno sembra rispondere in pieno al famoso detto “un matrimonio tira l’altro”. Sarà per questo che settembre è anche uno dei mesi in cui si registra il maggior numero di proposte di matrimonio.

Anche le coppie Vip scelgono settembre per dire di sì

Insomma, se fino a qualche anno fa i mesi più amati dalle spose erano giugno e luglio, oggi i coniugi preferiscono settembre, mentre si verifica un calo da novembre a marzo.

Non è un caso, forse, che anche la coppia più famosa del web, quella formata dalla fashion blogger Chiara Ferragni e dal cantante Fedez, abbia scelto come data per le nozze l’1 settembre. Il matrimonio più atteso e più “chiacchierato” sui social si è tenuto a Noto (Siracusa), che per l’occasione ha ospitato un vero e proprio festival in stile “Coachella”, tra musica, fiori e star del fashion system.

Come si sposano i Millennials?

Gli sposi di oggi sono più maturi e hanno le idee più chiare: invitano di più i loro amici e meno quelli dei genitori, cosa che implica l’abbassamento dell’età media degli invitati. Inoltre, approfittano dei mesi estivi per celebrare l’addio al nubilato e celibato in località esotiche, mentre completano gli ultimi preparativi per il grande giorno, con un occhio sempre attento ai social.

Le nuove coppie Millennials vogliono quindi un matrimonio meno “ingessato”, più autentico e originale, in cui sono loro a prendere le decisioni, non più i loro genitori. Stando ai dati del Libro Bianco del Matrimonio, edito da Matrimonio.com, in collaborazione con la Business School ESADE e Google, solo nell’1% dei casi le decisioni spettano ai genitori o ai suoceri.

Le nozze ai tempi dei social

E i matrimoni degli italiani sono sempre più social, tanto che oltre la metà delle coppie usa Instagram, Facebook e WhatsApp per condividere le emozioni del giorno più importante.

Se per il royal wedding all’italiana è stato creato perfino un hashtag ufficiale, #TheFerragnez, le coppie italiane non sono da meno. Dall’indagine emerge infatti che ben il 73% degli sposi ha condiviso le istantanee del giorno più bello sui social network, con una concentrazione maggiore su Facebook (67%) e Instagram (32%). E per chi tiene alla privacy e vuole avere il controllo totale dei contenuti che pubblica, esistono anche delle app dedicate che consentono di gestire post e diffusione

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